A cosa serve un’opera d'arte? Creare dell’arte è forse un'attività disimpegnata? Cosa definisce l'arte? Si tenterà qui di rispondere a queste domande, in modo più o meno esaustivo, e cercando di tracciare un sentiero nella vastità dell'argomento.
Introduciamo fin da subito il concetto di rapporto: l'opera d'arte è, innanzitutto, veicolo di un intimo rapporto che si instaura, tramite la fruizione dell'arte, tra osservatore e creatore. L'esistenza di questo rapporto è ciò che fa di un oggetto (nel senso generale del termine) arte. Per semplificare si utilizzerà un’immagine: due civiltà molto diverse sono separate da un grande fiume. Ad un certo punto, la prima civiltà decide di costruire un battello che riesca a trasportare persone dalla sua sponda a quella della seconda civiltà. Avviene così una contaminazione di culture e la seconda civiltà sicuramente ne risulterà arricchita di nuove prospettive.
In questa metafora il battello è l'arte, l'autore è la prima civiltà, mentre il fruitore è la seconda civiltà. produrre arte, dunque, consiste nell’instaurare un rapporto tra l’io “creatore” e l'io “fruitore”, capace di rendere il secondo partecipe di un qualsiasi fenomeno interiore (un’idea, un’emozione, ecc…).
Questa definizione di arte ha diverse implicazioni: prima di tutto l’assoluta soggettivazione della risposta alla domanda “Questo è arte?”. Poiché l'arte dovrebbe “trasportare” qualcosa da chi la crea a me, che ne sto fruendo, è fondamentale la mia percezione dell’opera d'arte. Cos'è la percezione di un'opera d'arte? Sicuramente esiste una percezione oggettiva - a titolo di esempio, banalmente, le persone cieche non potranno apprezzare un quadro - e una percezione soggettiva, ovvero quello che mi arriva dell'opera d'arte. Naturalmente potrebbe non piacermi quello che vedo o sento, come ai neoclassici non piacevano le chiese barocche o ai romantici il rigore del classicismo. Dunque, il rapporto non è una costante, ma è una variabile strettamente dipendente dal fruitore più che dall’artista.
Non avrebbe alcun senso determinare la qualità di un'opera d'arte e tantomeno la sua potenza, dato che entrambe dovrebbero dipendere da un gran numero di fattori così complessi da cessare di avere senso: esse sono parametri assolutamente soggettivi, proprio come lo è la considerazione di un oggetto come arte o no.
E quindi qual è il fine dell'arte? A questo punto non ci rimane che chiudere il cerchio: il fine dell'arte è puntare ad essere tale. Cioè, l'arte deve riuscire ad essere arte, ad instaurare quel rapporto desiderato, che sia in grado di condurre l'idea da una parte all'altra del fiume.
Ma si può andare più a fondo: al netto di quanto detto fino ad ora, l'arte è un modo di comunicare, uno strumento comunicativo sovracostruito al linguaggio, più complesso, con diverse sfaccettature, e di solito richiede una profonda consapevolezza rispetto a quanto si voglia creare. E quindi l'arte può propagare messaggi caratterizzati da un forte carico ideologico, e risultare impegnata, oppure riguardare l’interiorità, l'emotività - questo genere di arte produce la cosiddetta catarsi.
Se per esempio l'arte di Giotto e di Raffaello veicolava un preciso messaggio, il quale era reso appositamente semplice, al fine di facilitare il più possibile la comunicazione, spesso oggi quella stessa intenzione viene meno, e frequentemente la comprensione diventa appositamente inaccessibile. Ora, è questo il risultato di un processo di strumentalizzazione dell'arte.
A me spesso capita di trovarmi davanti ad un quadro d’arte contemporanea, oppure di leggere una poesia scritta da un autore nuovo, e di pensare: “non riesco a capire cosa sta cercando di dirmi”, eppure sono io a sentirmi in diffetto, poiché tutti quanti intorno a me lodano e ammirano il capolavoro. Questo aneddoto spiega bene quello che si sta cercando di dire qui: molto spesso la critica costruisce oggigiorno dei personaggi che riflettano l'immagine stereotipata che noi abbiamo di artista - costruita tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, grazie a figure come Van Gogh, Picasso e Dalì - e costoro diventano dei fenomeni, quasi come degli influencer, che non puntano più a ricercare quel rapporto intimo nell’opera d'arte, ma tentano di crittografare il messaggio - che poi, in realtà, non esiste - in nome di un “l'artista è libero di esprimersi come vuole”. Cioè, l'arte non è più definita in base al messaggio e alla sua ricezione, ma in base a colui che l'ha creata. Arte è (potenzialmente) qualunque cosa che sia fatta da un artista, e costui è una figura-stereotipo plasmata dalla critica a scopo di lucro: più il personaggio è famoso e conosciuto, più la sua - quanto meno discutibile - arte vale soldi, che vanno a finire nelle tasche dei critici e dei commercianti, e ovviamente degli artisti.
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Credits: Jens Cederskjold